26 marzo 2014

Diffamazione a mezzo Internet

Nel diritto penale italiano la diffamazione è disciplinato dall’art. 595 del Codice Penale, che recita testualmente:
Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032.
Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a euro 2.065.
Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della
multa non inferiore a euro 516.
Se l’offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza o ad una autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate”.
Prevalente dottrina e giurisprudenza ritengono che la sola circostanza aggravante che possa configurarsi, nell’ambito delle trasmissioni telematiche, sia quella prevista dall’articolo 593 c. 3 c.p. quando vi sia un numero più ampio di destinatari. Nulla quaestio sul momento consumativo del reato di diffamazione a mezzo e-mail in quanto, qualora altri accedano alla casella di posta elettronica, e leggano il messaggio offensivo, non si ravviserà nel mittente il dolo della comunicazione con più persone.
Giova considerare che, se nel caso di ingiuria, oltre all’ammissione e messa a disposizione in rete di dati offensivi si richiede pacificamente che essi siano indirizzati ad uno specifico destinatario, pur se non effettivamente percepiti, non altrettanto scontata è la soluzione con riferimento alla diffamazione on-line.
Per una prima impostazione, la stessa deve ritenersi commessa mediante la semplice immissione dei messaggi offensivi in un determinato sito web, reputandosi sufficienti la diffusione ed il mantenimento in rete dei dati offensivi in tal modo resi disponibili ad un pubblico determinato.
A nulla rileva che la loro effettiva percezione resti subordinata all’iniziativa volontaria dei destinatari indeterminati (ad esempio nei casi di procedure di accesso al sito mediante login di lettura) ciò valendo, del resto, anche nell’ipotesi classica della lettura di un giornale contenente un articolo diffamatorio o della visione di un programma televisivo ad analogo contenuto: anche in questi casi l’effettiva percezione è legata ad un’azione volontaria di ogni singolo destinatario (apertura del giornale, sintonizzazione dell’apparecchio,…). Di qui l’individuazione del momento consumativo del reato nell’instaurazione di una relazione comunicativa con una pluralità di persone diversi dal soggetto passivo.
Con l’immissione ed il mantenimento dei dati in rete, può dirsi posto in essere dall’agente tutto quanto in suo potere per instaurare detta relazione; l’effettiva conoscenza da parte dei destinatari non condiziona la rilevanza penale della condotta così posta in essere, ma resta al di fuori del thema probandum. La tesi qui ricondotta permette di configurare la diffamazione tra i reati di mera condotta.
Di diverso avviso la Cassazione che, occupandosi proprio di diffamazione on-line, ha dato viceversa risalto al momento dell’effettiva percezione dei dati immessi in rete, sia pure ai fini dell’individuazione del locus commissi delicti. La Suprema Corte ha ribadito che il reato di diffamazione è un reato di evento, sebbene non propriamente fisico, ma definito <<psicologico, consistente nella percezione da parte del terzo (rectius dei terzi) dell’espressione offensiva>>. Da tale premessa i Giudici del Supremo Consesso deducono che il momento consumativo sia da identificare all’atto della percezione altrui e non nel momento della immissione in rete che non esaurisce il completo disvalore dell’illecito.
Nel caso in cui l’offesa venga arrecata tramite internet, l’evento appare temporalmente differenziato dalla condotta. In un primo momento si avrà l’inserimento in rete, da parte dell’agente, di scritti e/o immagini offensive e, solo in un secondo momento (a distanza di secondi, minuti, ore o giorni) i terzi, connettendosi al sito e percependo il messaggio, consentiranno la verificazione dell’evento.
Una volta che il messaggio è stato, presuntivamente o concretamente, letto  anche nel territorio nazionale si radica la competenza del giudice nazionale, chiamato ad occuparsi del procedimento, al di là di dove il documento informatico sia stato confezionato e diramato attraverso la rete. E’ questa la conseguenza di Internet che vive in un mondo virtuale, privo di spazialità ma che non crea, ad avviso della Corte, nessun vuoto legislativo nell’articolo 6 c.p.
Parliamo adesso del reato con riferimento specifico ai Social Network, oggi strumento di comunicazione per eccellenza, dove il più utilizzato al mondo è di sicuro Facebook.
Le condotte che possono generare diffamazione sono molteplici e la giurisprudenza ha provveduto a rimediare con le massime punizioni nei confronti di coloro che incorrono nel reato sopra menzionato. Le statistiche giuridiche mostrano come la diffamazione sia diventata, soprattutto su Facebook, un reato ricorrente.
Sono svariate le persone che ricorrono ai social network per esporre i propri pensieri contraddittori o insulti nei confronti di qualcuno.
Le questioni religiose e di politica costituiscono il campo nel quale l’espressione del proprio pensiero sfora i limiti del rispetto di quello altrui, e anche la pubblicazione di foto di amici in atteggiamenti imbarazzanti o qualche battuta in più costituiscono reato.
I Social Network non possono essere considerati mezzi di informazione e, di conseguenza, chi insulta o discrimina la personalità altrui o ancora l’aspetto e l’ideologia altrui non può invocare a sua discolpa il diritto di cronaca e di critica.
Molti credono che il diritto di critica sia qualcosa di indipendente dall’attività giornalistica e spetterebbe a chiunque, anche all’utente di Facebook.
Molti utenti dei Social Network utilizzano con leggerezza e imprudenza l’esercizio del proprio diritto di espressione, come se non riuscissero a percepire una delimitazione tra quello che è legale e quello che non lo è, senza dare importanza ai comportamenti antigiuridici perché compiuti in un ambiente virtuale.
Costituisce un precedente la sentenza del Giudice per le Udienze Preliminari di Livorno del 31 dicembre 2012 n. 38912, con la quale fu confermata la potenzialità lesiva di Facebook.
Un ex dipendente di un centro estetico licenziato secondo lui in modo ingiusto, aveva pubblicato sulla propria bacheca dei post offensivi dal contenuto volgare e dai toni denigratori nei confronti della professionalità del centro estetico, con il consiglio di non frequentarlo.
Nella sentenza si legge che il comportamento in questione integra gli elementi del reato di diffamazione, ricorrendo gli elementi tipici dello stesso. Si deve sottolineare che l’utilizzo di Internet comporta l’applicazione di una aggravante, quella dell’offesa recata con un mezzo di pubblicità, con conseguente previsione di una pena più severa.
L’aggravante è dovuta all’elevata diffusione del messaggio, che consegue all’uso di mezzi di comunicazione di massa, caratterizzati dalla immediatezza del danno sociale provocato dal comportamento.
Essendo possibile fruire, attraverso Facebook, di alcuni servizi di condivisione e pubblicazione di testi, è l’utente stesso a impostare i diversi livelli di condivisione delle informazioni che pubblica, ed è direttamente imputabile per avere divulgato il messaggio al pubblico.

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