10 ottobre 2013

Quegli occhi pieni di lacrime nella cripta

Il cuore della visita di papa Francesco in Assisi


Francesco si presenta davanti a Francesco con gli occhi pieni di lacrime. È un Bergoglio del tutto diverso dal Papa sorridente cui siamo abituati, quello che alle 10 e 25 del mattino del 4 ottobre scende nella cripta, dov'è sepolto il santo di cui ha scelto il nome. È grave, concentrato, commosso.

Con i fotografi Elio Ciol e Gian Matteo Crocchioni, sono ad attenderlo accanto alla tomba del patrono d'Italia. Il Papa ha tolto gli occhiali, gli occhi lucidi si notano ancora di più. La vena sulla fronte è più gonfia del solito, lo zucchetto bianco un po' storto. Non c'è il cerimoniere ad accomodarglielo: Francesco ha voluto il massimo di essenzialità per il momento culminante della sua visita ad Assisi, nel giorno del suo onomastico e della morte del santo. Sale i tre gradini per deporre sull'urna due rose gialle e una bianca, i colori del Vaticano, e una scatola di legno con un calice e una patena, il piattino per l'ostia: una sorta di dono personale, da Francesco a Francesco. Si sofferma un attimo davanti al biglietto autografo del santo chiuso nel reliquiario, indirizzato a frate Leone: si indovina un «benedicat», poi una parola illeggibile, poi un «custodiat», «pacem» e ancora «benedicat»; Leone doveva essere molto amato, non a caso è sepolto qui accanto.

Adesso il Papa scende i gradini aiutandosi con la mano destra poggiata sulla gamba, solleva un poco la veste bianca per non inciampare, mostrando le grosse scarpe nere ortopediche, così diverse da quelle del predecessore. Si inginocchia, socchiude gli occhi, prega. Il custode del convento, padre Mauro Gambetti, fa segno ai fotografi di smettere di scattare. Ora si sente solo la Toccata di Frescobaldi, suonata al piccolo organo della cripta da Fabio Framba, l'organista della basilica di sant'Antonio a Padova. Il Papa resta un minuto in silenzio. Poi si scuote, si alza a ricevere i doni, a dare disposizioni per il seguito della visita, e a conversare qualche minuto con i presenti. Parla con cortesia ma con il tono fermo di chi è abituato a comandare e ha dentro una forza profonda, un convincimento assoluto nelle proprie ragioni. Un capo capace di tenerezza, come ha detto fin dal primo giorno, e di commozione, come ha appena dimostrato; ma un capo. Dice che bisogna comprendere la sua emozione: «Non ero mai stato qui, sulla tomba di Francesco. È la prima volta che vengo ad Assisi». Ringrazia i frati per come l'hanno accolto: «Mi avete fatto sentire uno di voi». Poco dopo salirà sulla papamobile e terrà uno straordinario dialogo a distanza con la folla, dando ai fedeli l'impressione di rivolgersi a ognuno di loro: quando incontra un volto che lo colpisce, Bergoglio inarca le sopracciglia, punta il dito a indicare l'interlocutore, sorride come se l'avesse riconosciuto, ha un cenno della mano ogni volta diverso. Ma nella cripta è serio, attento a calibrare i gesti, a misurare le parole: «Essere dolci non significa essere sdolcinati». San Francesco è qui, dice, ma anche altrove: «Vive nel volto dei poveri», nei ragazzi disabili dell'istituto Serafico che ha appena accarezzato uno per uno, nei pellegrini, «nei piccoli» come li chiama il Papa, ricordando che per il santo il contrario di pauper non era dives ma potens ; i veri poveri sono quelli che non hanno potere né voce, come i morti di Lampedusa. Il ministro generale dei conventuali, Marco Tasca, gli fa notare che ci sono anche i capi dei minori e dei cappuccini: «Siamo tutti qui, insieme». «Bravi, dovete rimanere uniti», oltre le vecchie rivalità, dice Bergoglio. A questo punto si avvicinano i confratelli che non l'hanno salutato nella basilica superiore: i tre custodi della tomba.

Frate Battista, frate Ignazio e frate Shaji sono nella cripta dalle 5 del mattino. Nella notte, in modo che il Papa potesse accostarsi alla nuda tomba del santo, hanno portato via tutti i bigliettini, le fotografie, le lettere, tranne una, indirizzata a Silvana, con l'indicazione «da non rimuovere fino al 31 ottobre 2013». Alle 6 e mezza hanno celebrato la messa con gli altri frati, che poi sono saliti ad attendere Bergoglio, con il premier Letta e il legato pontificio Nicora. Il Papa è passato davanti agli affreschi di Giotto, si è soffermato sul sogno di Innocenzo III con Francesco che sostiene la chiesa, ha chiesto notizie della volta crollata per il terremoto del 1998: ricordava le immagini tv viste in Argentina. Poi è sceso nella cripta, a incontrare il santo.
Dopo la preghiera, gli si avvicina il decano del convento, Vladimiro Penev. È qui dal 1938, quando arrivò da Plovdiv, novizio dodicenne. «Davvero lei è bulgaro?» gli chiede Bergoglio. Non può sapere che frate Vladimiro parlava italiano già con Giovanna di Savoia, terziaria francescana e sepolta qui nel cimitero del convento, che gli rispondeva in bulgaro per dimostrare di aver imparato la lingua del marito, re Boris. Il decano ha dipinto per il Papa una copia della croce del Maestro dei crocifissi blu, con la dedica e la data: « Assisi, die IV octubris AD MMXIII». Bergoglio lo prende in mano, nota il colore insolito, simbolo di misticismo, sfiora l'immagine di san Francesco ai piedi della croce, che piange sul sangue di Gesù. Frate Vladimiro vorrebbe raccontargli anche di quando durante la guerra dava la comunione al colonnello Mueller, il tedesco che risparmiò Assisi e andava ogni mattina a messa nella basilica; ma non c'è tempo, e poi la comunione Bergoglio non la dà a nessuno, neppure oggi, non vuole che diventi una passarella per i potenti. È felice però di ricevere la copia della Regola, scritta dal santo, e della lettera di accettazione firmata da Onorio III: segno dell'alleanza tra il francescanesimo e il papato, che otto secoli dopo si è saldata come non mai. Anche frate Battista da Tivoli è qui da quando aveva 12 anni. Ora ne ha 73. Il 4 ottobre 1962 accolse Giovanni XXIII alla vigilia del Concilio, ora stringe la mano al Papa che vuole farne rivivere lo spirito. Frate Shaji, indiano del Kerala, è troppo timido, Bergoglio deve quasi andarlo a cercare. Frate Ignazio da Oristano invece gli si getta tra le braccia, «lei è una benedizione per l'umanità», il Papa lo accoglie e lo bacia sulle guance. I pellegrini sono in attesa sulla piazza. Lui risale nella basilica a ricongiungersi con Maradiaga, O'Malley nel saio da cappuccino e gli altri sei cardinali del suo consiglio. Ci sono anche Bagnasco, Betori, Paglia, i vescovi umbri tra cui il metropolita di Perugia, Gualtiero Bassetti, che ha con il Pontefice un'intesa speciale: è lui durante la messa a ricordare la tragedia di Lampedusa, Francesco si alza ad abbracciarlo (con la presidente dell'Umbria deve esercitare invece la virtù cristiana della pazienza: Katiuscia Marini si impadronisce del microfono e non lo molla, alla fine parlerà più a lungo del Papa). Anche l'omelia è porta a voce bassa, lenta, a tratti quasi dolente, fin dalla citazione di Matteo: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della Terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli». Non a caso Bergoglio non si unisce al grande pranzo nel refettorio per 410 invitati. Prima di andarsene però vuole salutare le guardie del convento e le cuoche: cos'avete preparato di buono? «Insalata russa, ravioli, arrosto» rispondono le signore piangendo di commozione. «Brave. Ora io vado a mangiare con i poveri alla Caritas» le saluta Francesco. Il primo tratto lo percorre in papamobile. Poi, per ascendere all'eremo, sale su una Panda blu, la folla applaude, lui saluta felice e finalmente sorride.Corriere della Sera Aldo Cazzullo
giornalista Corriere della Sera


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